La sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti (c.d. patteggiamento) fa stato in sede disciplinare come se fosse una sentenza di condanna

La sentenza di patteggiamento ex artt. 444 e 445, comma 1 c.p.p. è destinata a fare stato ai sensi dell’art. 653, comma 1 bis c.p.p., nel giudizio disciplinare per quanto attiene all’accertamento del fatto, alla sua estrinsecazione soggettiva ed oggettiva, nonché alla responsabilità dell’incolpato in ordine alla sua commissione, sicché al sindacato del Giudice disciplinare è esclusivamente rimessa la valutazione – ontologicamente propria della sede disciplinare – del disvalore della condotta dal punto di vista dell’ordinamento professionale.

Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Picchioni, rel. Merli), sentenza del 24 novembre 2017, n. 189

La sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti (c.d. patteggiamento) fa stato in sede disciplinare come se fosse una sentenza di condanna

Anche alla luce di quanto stabilito da Corte Costituzionale n. 336/2009, la sentenza di patteggiamento ex artt. 444 e 445, comma 1 c.p.p. è destinata a fare stato ai sensi dell’art. 653, comma 1 bis c.p.p., nel giudizio disciplinare per quanto attiene all’accertamento del fatto, alla sua estrinsecazione soggettiva ed oggettiva, nonché alla responsabilità dell’incolpato in ordine alla sua commissione, sicché al sindacato
del Giudice disciplinare è esclusivamente rimessa la valutazione – ontologicamente propria della sede disciplinare – del disvalore della condotta dal punto di vista dell’ordinamento professionale.

Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Perfetti, rel. Borsacchi), sentenza del 6 giugno 2013, n. 88
NOTA:
In senso conforme, tra le altre, Cons. Naz. Forense (Pres. ALPA, Rel. BERRUTI), sentenza del 22 settembre 2012, n. 123.

Le sentenze di applicazione della pena su richiesta delle parti (patteggiamento) hanno efficacia di giudicato nei giudizi disciplinari

Le sentenze di applicazione della pena su richiesta delle parti (patteggiamento) hanno efficacia di giudicato – nei giudizi disciplinari che si svolgono davanti alle pubbliche autorità, e quindi anche in quelli che riguardano gli avvocati ed i praticanti avvocati – quanto all’accertamento del fatto, alla sua illiceità penale e all’affermazione che l’imputato lo ha commesso. Né può valere in contrario l’art. 5 del codice deontologico che, nel far salva l’autonoma valutazione del fatto, si riferisce, in presenza di un giudicato penale, alla rilevanza disciplinare degli stessi e non al loro accertamento.

Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Perfetti, rel. Borsacchi), sentenza del 6 giugno 2013, n. 88

La sentenza penale di patteggiamento ha efficacia di giudicato nel giudizio disciplinare

Ancorché il procedimento disciplinare sia autonomo rispetto al procedimento penale aperto per lo stesso fatto, a norma dell’art. 653 c.p.p. la sentenza penale di applicazione di pena su richiesta delle parti è equiparata alla sentenza di condanna. Ne consegue che essa esplica funzione di giudicato nel procedimento disciplinare quanto all’accertamento del fatto, alla sua illiceità penale e alla responsabilità dell’incolpato.

Consiglio Nazionale Forense (Pres. f.f. Vermiglio, Rel. Picchioni), sentenza del 25 febbraio 2013, n. 15

NOTA:
In senso conforme, tra le altre, CNF nn. 123/2012, 149/2011, 238/2009.

La sentenza penale di patteggiamento ha efficacia di giudicato nel giudizio disciplinare

A norma degli artt. 445 e 653 cod. proc. pen., come modificati dalla legge 27 marzo 2001, n. 97, le sentenze di applicazione della pena su richiesta delle parti (patteggiamento) hanno efficacia di giudicato – nei giudizi disciplinari che si svolgono davanti alle pubbliche autorità, e quindi anche in quelli che riguardano gli avvocati ed i praticanti avvocati – quanto all’accertamento del fatto, alla sua illiceità penale e all’affermazione che l’imputato lo ha commesso. Né può valere in contrario l’art. 5 del codice deontologico che, nel far salva l’autonoma valutazione del fatto, si riferisce, in presenza di un giudicato penale, alla rilevanza disciplinare degli stessi e non al loro accertamento. (Rigetta, Cons. Naz. Forense Roma, 16 Luglio 2007).

Cassazione Civile, sez. Unite, 09-04-2008, n. 9166- Pres. VITTORIA Paolo- Est. TOFFOLI Saverio- P.M. CENICCOLA Raffaele

Il c.d. patteggiamento fa stato in sede disciplinare come se fosse una sentenza di condanna

Anche alla luce di quanto stabilito da Corte Costituzionale n. 336/2009, la sentenza di patteggiamento ex artt. 444 e 445, comma 1 c.p.p. è destinata a fare stato ai sensi dell’art. 653, comma 1 bis c.p.p., nel giudizio disciplinare per quanto attiene all’accertamento del fatto, alla sua estrinsecazione soggettiva ed oggettiva, nonché alla responsabilità dell’incolpato in ordine alla sua commissione, sicché al sindacato del Giudice disciplinare è esclusivamente rimessa la valutazione – ontologicamente propria della sede disciplinare – del disvalore della condotta dal punto di vista dell’ordinamento professionale

Cons. Naz. Forense (Pres. ALPA, Rel. BERRUTI), sentenza del 22 settembre 2012, n. 123

L’efficacia di giudicato del patteggiamento penale nel giudizio disciplinare

A norma degli artt. 445 e 653 cod. proc. pen., come modificati dalla legge 27 marzo 2001, n. 97, le sentenze di applicazione della pena su richiesta delle parti (patteggiamento) hanno efficacia di giudicato – nei giudizi disciplinari che si svolgono davanti alle pubbliche autorità, e quindi anche in quelli che riguardano gli avvocati ed i praticanti avvocati – quanto all’accertamento del fatto, alla sua illiceità penale e all’affermazione che l’imputato lo ha commesso. Né può valere in contrario l’art. 5 del codice deontologico che, nel far salva l’autonoma valutazione del fatto, si riferisce, in presenza di un giudicato penale, alla rilevanza disciplinare degli stessi e non al loro accertamento. (Rigetta, Cons. Naz. Forense Roma, 16 Luglio 2007)

Cassazione Civile, sez. Unite, 09 aprile 2008, n. 9166- Pres. VITTORIA Paolo- Est. TOFFOLI Saverio- P.M. CENICCOLA Raffaele

L’efficacia della sentenza penale nel giudizio disciplinare

Nei procedimenti disciplinari a carico di avvocati trovano applicazione l’art. 653 cod. proc. pen., concernente l’efficacia della sentenza penale nel giudizio disciplinare, nonchè l’art. 445 cod. proc. pen., che esclude il giudizio disciplinare dal principio secondo cui il patteggiamento non ha efficacia nei giudizi civili o amministrativi; nè vi osta la circostanza che dette disposizioni siano state novellate dalla legge 27 marzo 2001, n. 97, recante norme sul rapporto tra procedimento penale e procedimento disciplinare ed effetti del giudicato penale nei confronti dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche, giacchè questa legge, sebbene rechi nel titolo un espresso riferimento ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni, concerne anche i procedimenti disciplinari dei professionisti e trova applicazione anche a quelli in corso alla data di entrata in vigore della legge stessa.

Cassazione Civile, sentenza del 26 luglio 2004, n. 13975, sez. U- Pres. Carbone V- Rel. Mensitieri A- P.M. Martone A (Conf.)

L’Ordine di Sciacca chiede se sia consentita l’iscrizione all’albo Avvocati di un professionista giudicato con sentenza pronunciata ex art. 444 c.p.p., per il reato di esercizio abusivo della professione forense dichiarato estinto a seguito del decorso dei termini previsti dall’art. 445 comma 2 c.p.p.

Ai fini dell’iscrizione nell’Albo degli Avvocati a norma dell’art. 17 Rdl. 1578/33 si richiede di essere di condotta specchiatissima e illibata senza che sia prevista un’automatica inibizione dell’iscrizione a carico di coloro che abbiano riportato una condanna da parte del giudice penale.
Non vi è dubbio che per l’epoca in cui la normativa fu emanata l’aver riportato una condanna penale costituiva presupposto per l’insussistenza di una condotta “specchiatissima ed illibata”.
L’evolversi, però, dei concetti e il mutamento del comune sentire modificatosi nel corso degli anni ha determinato la necessità di una valutazione della sussistenza del requisito operata di volta in volta dall’organo a cui viene richiesto il provvedimento: il COA è infatti l’unico in possesso ed a conoscenza di tutti quegli ulteriori elementi di fatto che potrebbero consentire di valutare la condotta nel suo complesso, determinando la non ostatività all’iscrizione anche di un precedente giudiziario.
Il giudizio, però, deve tenere conto che all’avvocato, quale collaboratore dell’amministrazione della giustizia e come titolare di una funzione costituzionalmente prevista, è richiesto un livello di moralità più elevato rispetto a quello del comune cittadino. Questa necessità è fissata da un lato dalle norme del codice deontologico, dall’altro nel consistente potere che la legge affida all’Ordine in tema di valutazione dei requisiti per l’iscrizione all’albo.
Nel quesito, più specificatamente, il COA richiedente segnala che il professionista è stato giudicato con sentenza di applicazione di pena su richiesta (art. 444 c.p.p.) specificando anche il reato per il quale intervenne il giudizio penale.
Orbene, dal momento che la sentenza pronunciata ex art. 444 c.p.p. è a tutti gli effetti sentenza di condanna, il professionista per effetto di tale pronuncia deve ritenersi gravato da un precedente – esercizio abusivo delle professione forense – che proprio per la sua natura in linea di principio osterebbe alla reiscrizione; tuttavia la fattispecie va valutata anche alla luce dei benefici che conseguono a una pronuncia ex art. 444 c.p.p. e, tra questi, la estinzione ex art. 445 secondo comma. Al riguardo occorre tenere presente che l’estinzione del reato conseguente al decorso del termine ed al verificarsi o sussistere delle condizioni di cui all’art. 445 c.p.p. non comporta anche l’eliminazione della sentenza dal casellario giudiziale dal momento che tale conseguenza è prevista solo per i reati di competenza del Giudice di Pace tra cui non rientra quello per il quale il professionista ha riportato condanna. Ne consegue, quindi, che, ai fini di valutazione dei requisiti per l’iscrizione, l’estinzione del reato va valutata attraverso un’autonoma valutazione di tutti gli elementi fattuali desumibili dal giudizio penale conclusosi con la condanna valutati unitamente agli altri e diversi elementi desumibili aliunde che costituiscono patrimonio di conoscenza esclusiva del Consiglio dell’Ordine presso cui è chiesta l’iscrizione.
Pertanto la situazione indicata nel quesito dovrà essere valutata dall’Ordine medesimo, che potrebbe procedere all’iscrizione solo ove ritenesse che, nonostante il precedente penale, il soggetto possa ritenersi comunque di “condotta specchiatissima ed illibata”.
Conseguentemente, la Commissione ritiene che afferendo il precedente a requisito la cui valutazione è di stretta competenza del Consiglio presso cui è chiesta l’iscrizione, solo a questo spetta la valutazione di merito per assentire o denegare alla richiesta iscrizione.

Consiglio Nazionale Forense (rel. Morlino), parere del 28 marzo 2012, n. 16

Quesito n. 132