Il COA di Roma indirizza alla commissione consultiva la richiesta di un articolato parere volto sostanzialmente ad individuare la ripartizione dei compiti tra il Consiglio Nazionale Forense e gli Ordini territoriali in materia di antiriciclaggio.

Appare necessario, ai fini di una compiuta risposta, riportare il testo degli articoli del decreto antiriciclaggio richiamati dal COA di Roma, ma riassunti in modo talora non conforme al dettato legislativo (ad esempio laddove si legge che “gli organismi di autoregolamentazione adottano e aggiornano, previo parere dell’UIF, gli indicatori di anomalia di cui all’art. 6,4, lett. e) , mentre la normativa prevede che gli indicatori di anomalia siano adottati dall’UIF “sentiti” gli organismi di autoregolamentazione).
E pertanto:

Art. 1
aa) organismo di autoregolamentazione: l’ente esponenziale, rappresentativo di una categoria professionale, ivi comprese le sue articolazioni territoriali e i consigli di disciplina cui l’ordinamento vigente attribuisce poteri di regolamentazione, di controllo della categoria, di verifica del rispetto delle norme che disciplinano l’esercizio della professione e di irrogazione, attraverso gli organi all’uopo predisposti, delle sanzioni previste per la loro violazione;

Art. 11 (Organismi di autoregolamentazione)
1. Fermo quanto previsto circa la titolarità e le modalità di esercizio dei poteri di controllo da parte delle autorità di cui all’articolo 21, comma 2, lettera a), gli organismi di autoregolamentazione, le loro articolazioni territoriali e i consigli di disciplina, secondo i principi e le modalita’ previsti dall’ordinamento vigente, promuovono e controllano l’osservanza degli obblighi previsti dal presente decreto da parte dei professionisti iscritti nei propri albi ed elenchi. Ai fini della corretta attuazione degli obblighi di cui al presente articolo, il Ministero della giustizia, ai sensi della normativa vigente, espleta le funzioni di controllo sugli ordini professionali assoggettati alla propria vigilanza.
2. Gli organismi di autoregolamentazione sono responsabili dell’elaborazione e aggiornamento di regole tecniche, adottate in attuazione del presente decreto previo parere del Comitato di sicurezza finanziaria, in materia di procedure e metodologie di analisi e valutazione del rischio di riciclaggio e finanziamento del terrorismo cui i professionisti sono esposti nell’esercizio della propria attività di controlli interni, di adeguata verifica, anche semplificata della clientela e di conservazione e, anche attraverso le proprie articolazioni territoriali, garantiscono l’adozione di misure idonee a sanzionarne l’inosservanza e sono sentiti dalla UIF ai fini dell’adozione e dell’aggiornamento degli indicatori di anomalia di cui all’articolo 6, comma 4, lettera e) che li riguardino. I predetti organismi e le loro articolazioni territoriali sono altresì responsabili della formazione e dell’aggiornamento dei propri iscritti in materia di politiche e strumenti di prevenzione del riciclaggio e di finanziamento del terrorismo.
3. Gli organismi di autoregolamentazione, attraverso propri organi all’uopo predisposti, applicano sanzioni disciplinari a fronte di violazioni gravi, ripetute o sistematiche ovvero plurime degli obblighi cui i propri iscritti sono assoggettati ai sensi del presente decreto e delle relative disposizioni tecniche di attuazione e comunicano annualmente al Ministero dell’economia e delle finanze e al Ministero della giustizia i dati attinenti il numero dei procedimenti disciplinari avviati o conclusi dagli ordini territoriali.
4. Gli organismi di autoregolamentazione possono ricevere le segnalazioni di operazioni sospette da parte dei propri iscritti, per il successivo inoltro alla UIF, secondo le specifiche e con le modalità e garanzie di tutela della riservatezza dell’identità del segnalante, individuate con apposito decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro della giustizia sentito il Garante per la protezione dei dati personali. I predetti organismi informano prontamente la UIF di situazioni, ritenute correlate a fattispecie di riciclaggio e finanziamento del terrorismo, di cui vengono a conoscenza nell’esercizio della propria attività

Art. 15 (Valutazione del rischio da parte dei soggetti obbligati)
1. Le autorità di vigilanza di settore e gli organismi di autoregolamentazione dettano criteri e metodologie, commisurati alla natura dell’attività svolta e alle dimensioni dei soggetti obbligati, per l’analisi e la valutazione dei rischi di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo, cui sono esposti nell’esercizio della loro attività.

Art. 16 (Procedure di mitigazione del rischio)
1. I soggetti obbligati adottano i presidi e attuano i controlli e le procedure, adeguati alla propria natura e dimensione, necessari a mitigare e gestire i rischi di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo, individuati ai sensi degli articoli 14 e 15.
2. Le autorità di vigilanza di settore ai sensi dell’articolo 7, comma 1, e gli organismi di autoregolamentazione, ai sensi dell’articolo 11, comma 2, individuano i requisiti dimensionali e organizzativi in base ai quali i soggetti obbligati, rispettivamente vigilati e controllati adottano specifici presidi, controlli e procedure per:
a) la valutazione e gestione del rischio di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo;
b) l’introduzione di una funzione antiriciclaggio, ivi comprese, se adeguate rispetto alle dimensioni e alla natura dell’attività, la nomina di un responsabile della funzione antiriciclaggio e la previsione di una funzione di revisione indipendente per la verifica delle politiche, dei controlli e delle procedure.
3. I soggetti obbligati adottano misure proporzionate ai propri rischi, alla propria natura e alle proprie dimensioni, idonee a rendere note al proprio personale gli obblighi cui sono tenuti ai sensi del presente decreto, ivi compresi quelli in materia di protezione dei dati personali. A tal fine, i soggetti obbligati garantiscono lo svolgimento di programmi permanenti di formazione, finalizzati alla corretta applicazione delle disposizioni di cui al presente decreto, al riconoscimento di operazioni connesse al riciclaggio o al finanziamento del terrorismo e all’adozione dei comportamenti e delle procedure da adottare
4. I sistemi e le procedure adottati ai sensi del presente articolo rispettano le prescrizioni e garanzie stabilite dal presente decreto e dalla normativa vigente in materia di protezione dei dati personali.».

Art. 23 (Misure semplificate di adeguata verifica della clientela)
3. Le autorita’ di vigilanza di settore, nell’esercizio delle attribuzioni di cui all’articolo 7, comma 1, lettera c), e gli organismi di autoregolamentazione, in conformita’ delle regole tecniche di cui all’articolo 11, comma 2, possono individuare ulteriori fattori di rischio da prendere in considerazione al fine di integrare o modificare l’elenco di cui al precedente comma e stabiliscono misure semplificate di adeguata verifica della clientela da adottare in situazioni di basso rischio.

Di analogo tenore l’art. 24, comma 4 in tema di adeguata verifica rafforzata, peraltro non richiamato dal COA.

Orbene, appare evincersi dalla lettura dei richiamati articoli, che il decreto, ancorché impropriamente, distingue tra organismi di autoregolamentazione (intendendosi per tali i Consigli Nazionali dei professionisti obbligati alla normativa antiriciclaggio) organismi territoriali (i COA) e consigli di disciplina (i CDD), attribuendo, poi a ciascuno di essi, da soli o congiuntamente alcune delle funzioni previste dalle norme.
Tale interpretazione appare evidente dal confronto delle norme previste nell’art. 11: al primo comma sono attribuiti espressamente agli organismi di autoregolamentazione, alle loro articolazioni territoriali e ai consigli di disciplina la promozione ed il controllo degli obblighi imposti dalle norme;
il secondo comma riserva la responsabilità dell’elaborazione e dell’aggiornamento delle norme tecniche, ai soli organismi di autoregolamentazione, i quali, anche attraverso le loro articolazioni territoriali (i.e. i COA) garantiscono misure idonee a sanzionare l’inosservanza delle regole stesse; Alle articolazioni territoriali, in uno con gli organismi di autoregolamentazione, è attribuita la responsabilità della formazione e dell’aggiornamento degli iscritti.
Il terzo comma prevede che siano gli organi all’uopo predisposti ad applicare le sanzioni disciplinari (Cnf in sede giurisdizionale e CDD).
L’art. 15 parifica ai fini dell’individuazione di criteri e metodologie gli organismi di autoregolamentazione alle autorità di vigilanza del settore, e non può revocarsi in dubbio che le stesse siano solo quelle a rilevanza nazionale (Banca d’Italia, Consob).
Analogamente, anche il secondo comma dell’art. 16 attribuisce agli organismi di autoregolamentazione e alle autorità di vigilanza del settore il compito di individuare i requisiti dimensionali ed organizzativi in base ai quali i soggetti obbligati adottano specifici presidi, controlli e procedure.
Gli artt. 23 e 24 richiamano poi l’art. 11 comma 2 e pertanto valgono le osservazioni già più sopra formulate.
Una diversa interpretazione, che superando l’argomento letterale attribuisse ai COA poteri autonomi nello stabilire regole tecniche o misure dimensionali comporterebbe l’impossibilità di una omogeneità per tutti gli iscritti, che si potrebbero trovare a dover rispettare regole diverse a seconda del territorio in cui si dovessero trovare ad operare.
Agli Ordini territoriali resta pertanto attribuito il compito di promozione di controllo così come indicato nella circolare 12 del 2017, nonché la responsabilità della formazione e dell’aggiornamento degli iscritti.
Quanto al parere del CSF in merito alle regole tecniche ritiene la Commissione che si tratti di parere non vincolante, dal momento che non è altrimenti specificato.

Consiglio nazionale forense (rel. Secchieri), parere del 21 marzo 2018, n. 10

Il COA di Forlì Cesena formula quesiti in materia di assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile derivante dall’esercizio della professione, chiedendo in particolare: 1) se detto obbligo possa ritenersi gravante anche sui praticanti abilitati al patrocinio (ai sensi della normativa previgente) o al patrocinio sostitutivo (ai sensi della normativa vigente); 2) quale sia il soggetto gravato dall’obbligo di stipulare la polizza infortuni per i dipendenti, i praticanti e i collaboratori.

Quanto al quesito sub 1, si osserva che la lettera della legge è chiara nell’individuare il soggetto obbligato, limitando l’obbligo agli avvocati, nonché alle associazioni o società tra professionisti. A rigore, pertanto, tale obbligo non può ritenersi gravante sugli iscritti nel Registro del Tirocinio: ciò non esclude, come correttamente rappresentato dal COA nelle proprie comunicazioni agli iscritti, che sia auspicabile che il praticante che svolga attività professionale (sia in virtù dell’abilitazione al patrocinio maturata nel vigore della normativa previgente, sia per il caso di patrocinio sostitutivo ai sensi della normativa vigente) ponga in essere le opportune cautele – ivi compresa la stipula di una polizza assicurativa – rispetto ai rischi derivanti dalla propria attività professionale.
Quanto al quesito sub 2), esso appare superato dalla modifica dell’art. 12, comma 2, della legge n. 247/12, introdotta dal D.L. n. 148/17, conv. con l. n. 172/17, in conseguenza della quale il comma è formulato come segue: “all’avvocato, all’associazione o alla società tra professionisti è fatto obbligo di stipulare, anche per il tramite delle associazioni e degli enti previdenziali forensi, apposita polizza a copertura degli infortuni derivanti ai propri collaboratori, dipendenti e praticanti in conseguenza dell’attività svolta nell’esercizio della professione anche fuori dei locali dello studio legale, anche in qualità di sostituto o di collaboratore esterno occasionale”.

Consiglio nazionale forense (rel. Secchieri), parere del 21 marzo 2018, n. 8

Abolizione della sanzione della cancellazione e nuova sospensione disciplinare

Nel caso di successione di norme deontologiche nel tempo, la nuova disciplina si applica anche ai procedimenti in corso al momento della sua entrata in vigore, se più favorevole per l’incolpato (art. 65 L. n. 247/2012). All’esito di tale valutazione, da effettuarsi necessariamente in concreto, la sanzione non può tuttavia risultare dalla combinazione della vecchia con la nuova normativa (da cui ricavarne arbitrariamente una terza, amalgamando frammenti dell’una e dell’altra), ma piuttosto dalla disciplina -precedente o successiva- più favorevole nella sua integrità. Conseguentemente, qualora per il principio del favor rei venga comminata la sospensione disciplinare in luogo della cancellazione dall’albo (non più prevista come sanzione), troveranno applicazione i nuovi limiti edittali (da due mesi a cinque anni) e non quelli previgenti (da due mesi ad un anno) (Nel caso di specie, in applicazione del principio di cui in massima, il CNF ha ritenuto congrua la sanzione della sospensione dall’esercizio della professione per la durata di anni uno, in luogo della cancellazione comminata dal Consiglio territoriale e nelle more non più prevista come sanzione disciplinare).

Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Logrieco, rel. Secchieri), sentenza del 12 aprile 2018, n. 22

Sospensione dall’esercizio della professione: il “periodo presofferto” in sede cautelare va computato nel periodo di espiazione della sanzione disciplinare

La sospensione cautelare, già sofferta, deve essere computata nel periodo di espiazione della sospensione disciplinare, e ciò in applicazione del principio della fungibilità della pena ex art. 657 c.p.p.

Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Logrieco, rel. Secchieri), sentenza del 12 aprile 2018, n. 22

NOTA:
In senso conforme, tra le altre, Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Picchioni, rel. Allorio), sentenza del 14 dicembre 2017, n. 205, Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Picchioni, rel. De Michele), sentenza del 6 novembre 2017, n. 162, Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Picchioni, rel. Picchioni), sentenza del 12 luglio 2016, n. 180 nonché Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Perfetti, rel. Picchioni), sentenza del 10 novembre 2014, n. 147.

L’oggetto di valutazione nel procedimento disciplinare è il comportamento complessivo dell’incolpato

In ossequio al principio enunciato dall’art. 21 ncdf (già art. 3 codice previgente), nei procedimenti disciplinari l’oggetto di valutazione è il comportamento complessivo dell’incolpato e tanto al fine di valutare la sua condotta in generale, quanto a quello di infliggere la sanzione più adeguata, che non potrà se non essere l’unica nell’ambito dello stesso procedimento, nonostante siano state molteplici le condotte lesive poste in essere. Tale sanzione, quindi, non è la somma di altrettante pene singole sui vari addebiti contestati, quanto invece il frutto della valutazione complessiva del soggetto interessato.

Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Logrieco, rel. Secchieri), sentenza del 12 aprile 2018, n. 22

Il giudizio di rinvio al CNF

In sede di rinvio, il CNF è vincolato al principio di diritto affermato dalla Corte di cassazione in relazione ai punti decisivi non congruamente valutati dalla sentenza cassata, sicché esso – se non può rimetterne in discussione il carattere di decisività – conserva, invece, il potere di procedere ad una nuova valutazione dei fatti già acquisiti e di quegli altri la cui acquisizione si renda necessaria in relazione alle direttive espresse dalla sentenza di annullamento.

Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Logrieco, rel. Secchieri), sentenza del 12 aprile 2018, n. 22

Il COA di Trapani chiede di sapere se: il praticante avvocato, autorizzato ad esercitare l’attività professionale nei limiti e con le modalità di cui all’art. 41, comma 12 L. 247/2012 in sostituzione dell’avvocato presso il quale svolge la pratica forense (c.d. patrocinio sostitutivo) dovrà essere inserito nel RGInDE, gestito dal Ministero della Giustizia.

La risposta è nei seguenti termini:
Il ReGInDE, o Registro degli Indirizzi Elettronici, è l’elenco gestito dal Ministero della Giustizia, che contiene i dati identificativi e l’indirizzo PEC dei cosiddetti soggetti abilitati esterni, che intendano interagire con un Ufficio Giudiziario per via telematica.
Il ReGIndE non gestisce informazioni già presenti in registri disponibili alle PP.AA., nell’ambito dei quali sono recuperati, ad esempio ai fini di eseguire notifiche ex art. 149 bis c.p.c., gli indirizzi di PEC delle imprese o le CEC-PAC dei cittadini.
A norma dell’art. 2 del DM 44/11, lettera m), n. 3 sono soggetti abilitati esterni privati 3) soggetti abilitati esterni privati: i difensori delle parti private, gli avvocati iscritti negli elenchi speciali, gli esperti e gli ausiliari del giudice;
Orbene, poiché l’art.41, comma 12 non consente ai praticanti avvocato di assumere in proprio la difesa delle parti private, gli stessi non dovranno (né potranno) essere iscritti nel ReG.In.D.E.
Ove in possesso di indirizzo PEC, gli ammessi all’esercizio del patrocinio sostitutivo, al pari di tutti i professionisti, saranno invece inseriti nel c.d. INI-PEC.

Consiglio nazionale forense (rel. Secchieri), parere 25 ottobre 2017, n. 79

Il COA di Milano chiede di sapere se un Avvocato sospeso volontariamente ex. art. 20 comma 2 L. 247/12 debba assolvere all’onere della stipula di polizza per la responsabilità professionale e contro gli infortuni.

La risposta è nei seguenti termini:
a) quanto alla polizza per la responsabilità civile professionale:
La questione è già stata esaminata da questa Commissione con il parere 90/2016, dal quale non si ritiene di doversi discostare che così ha ritenuto:
L’art. 12 Legge n. 247/2012 sancisce in capo all’avvocato il dovere di stipulare una polizza assicurativa a garanzia dei rischi derivanti dall’esercizio dell’attività professionale. Si tratta, in tutta evidenza, di una prescrizione posta a tutela di due posizioni: da un lato, quella dell’avvocato, la cui attività potrebbe, anche a distanza di tempo, essere causa di danni verso terzi con conseguente obbligo di risarcimento; dall’altro, quella del cliente, che tale danno potrebbe subire. La copertura assicurativa, pertanto, deve permanere anche in capo all’avvocato sospeso a richiesta dall’attività professionale, sia perché la norma anzidetta non contempla eccezioni, sia in quanto il danno verso terzi potrebbe anche emergere, seppur risalente nell’origine ad epoca anteriore, durante il periodo di sospensione. In tal caso, infatti, qualora la copertura assicurativa non fosse stata rinnovata, il cliente non avrebbe più a disposizione la garanzia risarcitoria del danno accertato, la cui sussistenza è prescritta dalla legge.
b) quanto alla polizza infortuni:
Il quesito è superato dalla modifica dell’art. 12, comma 2, della legge n. 247/12, introdotta dal D.L. n. 148/17, conv. con l. n. 172/17, in conseguenza della quale il comma è formulato come segue: “all’avvocato, all’associazione o alla società tra professionisti è fatto obbligo di stipulare, anche per il tramite delle associazioni e degli enti previdenziali forensi, apposita polizza a copertura degli infortuni derivanti ai propri collaboratori, dipendenti e praticanti in conseguenza dell’attività svolta nell’esercizio della professione anche fuori dei locali dello studio legale, anche in qualità di sostituto o di collaboratore esterno occasionale”.

Consiglio nazionale forense (rel. Secchieri), parere 25 ottobre 2017, n. 78

Il COA di MANTOVA chiede di sapere: 1) se gli avvocati iscritti nell’Albo (recte: Elenco) Speciale, che risultano già assicurati con INAIL siano soggetti all’obbligo dell’assicurazione Infortuni; 2) se vi sia esonero dall’obbligo della polizza infortuni in favore dei dipendenti dello Studio Legale, già assicurati INAIL; 3) come ci si debba comportare laddove l’iscritto, affetto da gravi patologie, rappresenti la propria difficoltà a trovare una copertura assicurativa per gli infortuni, ovvero la reperisca solo condizioni particolarmente onerose.

La risposta è nei seguenti termini:
Il quesito è superato dalla modifica dell’art. 12, comma 2, della legge n. 247/12, introdotta dal D.L. n. 148/17, conv. con l. n. 172/17, in conseguenza della quale il comma è formulato come segue: “all’avvocato, all’associazione o alla società tra professionisti è fatto obbligo di stipulare, anche per il tramite delle associazioni e degli enti previdenziali forensi, apposita polizza a copertura degli infortuni derivanti ai propri collaboratori, dipendenti e praticanti in conseguenza dell’attività svolta nell’esercizio della professione anche fuori dei locali dello studio legale, anche in qualità di sostituto o di collaboratore esterno occasionale”.

Consiglio nazionale forense (rel. Secchieri), parere 20 dicembre 2017, n. 76

Il COA di Salerno chiede di sapere se, tenuto conto del parere n. 24/2017 di questa Commissione ed alla stregua dell’art. 28 della L. 247/2012 e dell’art. 56 del NCDF, se il Curatore Speciale del Minore, che rivesta la carica di Consigliere dell’Ordine, possa poi autonominarsi difensore del minore senza violare il disposto delle norme citate.

La risposta è nei seguenti termini.
Con il parere n. 24/2017 questa Commissione ha chiarito che gli incarichi giudiziari giudiziari preclusi ai Consiglieri dell’Ordine ex art. 28, comma 10 della L. 247/2012 si devono intendere quelli in cui l’avvocato operi quale ausiliario del giudice (ad esempio curatore fallimentare, curatore dell’eredità giacente, delegato alle vendite nelle procedure esecutive immobiliari, custode giudiziale). Restano pertanto esclusi dall’incompatibilità gli incarichi che si sostanziano in oneri assegnati all’avvocato per lo svolgimento di compiti nei quali è prevalente la funzione sociale dell’attività (amministratore di sostegno, tutore di minori stranieri non accompagnati, ecc.).
Tra gli incarichi nei quali prevale la funzione sociale dell’attività professionale rientra sicuramente quello di curatore speciale del minore.
La nomina del curatore speciale è di pertinenza del Giudice, e laddove la scelta cada su un avvocato, si ritiene che la figura di curatore speciale e di difensore del minore possano coincidere.
Ben potrà quindi il Consigliere dell’Ordine, nominato curatore speciale del minore costituirsi in giudizio a difesa degli interessi del minore, a condizione tuttavia che l’incarico mantenga i requisiti di non remunerabilità che erano ovviamente sottesi alla distinzione di cui al parere n 24/2017.

Consiglio nazionale forense (rel. Secchieri), parere 20 settembre 2017, n. 72