Il COA di Massa Carrara formula il seguente quesito: “se sia consentita la sospensione volontaria dall’Albo ai sensi dell’art. 20 L. 247/2012 all’Avvocato che sia chiamato ad esercitare le funzioni di Capo Segreteria del Sottosegretario di Stato di un Ministero”.

La risposta è nei seguenti termini.
L’art. 20, comma 1, della L. 247/2012 prevede la sospensione dall’esercizio professionale durante il periodo della carica dell’avvocato eletto o nominato a determinate funzioni pubbliche, ivi tassativamente indicate. L’incarico di Capo Segreteria del Sottosegretario di Stato di un Ministero non rientra in detto elenco ed è quindi escluso dalla suddetta previsione.
È comunque consentito all’avvocato iscritto all’albo di chiedere la sospensione dall’esercizio professionale ai sensi del secondo comma del citato articolo 20.

Consiglio nazionale forense (rel. Salazar), parere del 21 marzo 2018, n. 12

Il CDD di Napoli formula il seguente quesito: “se agli avvocati stabiliti in Italia va applicata la disciplina di cui all’art. 1, commi 1 e 2 D. Lvo n. 96/2001 o deve ritenersi tale normativa implicitamente abrogata ai sensi dell’art. 50 n. 4 legge 247/2012”.

La risposta al quesito è nei seguenti termini:
Vanno richiamati preliminarmente i commi 1 e 2 dell’art. 11 del D. Lgs. 2.2.2001, n. 96, i quali così rispettivamente dispongono:
1. Nell’esercizio dell’attività professionale, l’avvocato stabilito è soggetto, per ogni violazione delle disposizioni contenute o richiamate nel presente titolo, al potere disciplinare del Consiglio dell’ordine competente. Sono ad esso applicabili, con le modalità e le procedure previste dall’ordinamento professionale, le sanzioni disciplinari contemplate dalle norme in materia vigenti.
2. Prima di avviare un procedimento disciplinare, il Consiglio dell’ordine ne dà immediata comunicazione alla competente organizzazione professionale dello Stato membro di origine, fornendo ogni informazione utile, con l’avvertenza che i dati non possono essere utilizzati al di fuori dei fini propri dell’organizzazione.
Le suddette disposizioni non possono ritenersi abrogate dall’art. 50 della L. n. 247/2012 avendo natura di norme speciali emanate in attuazione della direttiva 98/5/CE volta a facilitare l’esercizio permanente della professione di avvocato in uno Stato membro diverso da quello in cui è stata acquisita la qualifica professionale, fatta salva la spettanza del potere disciplinare ai neoistituiti Consigli distrettuali di disciplina.
Il comma 2 dell’art. 11, sopra riportato, non è infine incompatibile con l’art. 50, c. 4, della L. 247/2012, in quanto dispone soltanto a carico del COA un’attività procedimentale propedeutica all’avvio del procedimento disciplinare, limitata all’immediata comunicazione di detto avvio alla competente organizzazione professionale dello Stato membro d’origine ovvero all’autorità giurisdizionale davanti alla quale l’avvocato stabilito è ammesso ad esercitare la professione.

Consiglio nazionale forense (rel. Salazar), parere del 21 marzo 2018, n. 11

Il COA di Milano chiede di sapere se in caso di esposto contro un praticante quest’ultimo è soggetto al potere disciplinare del COA ai sensi dell’art. 42 L. 247/2012 o a quello del Consiglio distrettuale di disciplina ai sensi dell’art. 5, c. 2 della medesima legge.

La risposta è nei seguenti termini.
Ai sensi dell’art. 50 della L. P. il potere disciplinare appartiene ai Consigli distrettuali di disciplina forense, al quale sono assoggettati anche i praticanti, tenuti all’osservanza degli stessi doveri e norme deontologiche degli avvocati. Il richiamo nell’art. 42 della L. 247/2012 al Consiglio dell’Ordine deve essere inteso nel senso che ai praticanti sono estese, sotto il profilo disciplinare, le disposizioni che regolano il procedimento disciplinare nei confronti degli avvocati.
I poteri del COA sono precisati negli artt. 50 (c. 4) e 61, nonché nel regolamento sul procedimento disciplinare.

Consiglio nazionale forense (rel. Salazar), parere del 21 febbraio 2018, n. 4

Il COA di Savona chiede parere in relazione ai seguenti quesiti: a) se la frequentazione delle scuole di specializzazione per le professioni legali di cui all’art. 16 del D. Lgs. 398/97 possa o meno essere valutata ai fini del compimento del tirocinio per l’accesso alla professione di avvocato per il periodo di un anno, ai sensi dell’art. 41 comma 9 della L. 247/12, a prescindere dalla preventiva iscrizione nel registro dei praticanti; b) se il testo dell’art. 3, comma 5 del D.M. 70/2016 (laddove si prevede che la frequentazione delle S.S.P.L. possa essere svolta “contestualmente al tirocinio professionale”), posto in correlazione al comma 1 del medesimo articolo e al comma 4, secondo periodo, dell’art. 8 (espressamente richiamati dal citato comma 3), debba essere interpretato nel senso che sia consentito a chi frequenti la S.S.P.L. il contemporaneo svolgimento della pratica forense presso uno studio legale e, conseguentemente, che, contestualmente alla frequenza alla S.S.P.L., il praticante possa svolgere utilmente anche il semestre integrativo di pratica forense (da aggiungersi al periodo annuale riconosciuto ai sensi dell’art. 41, comma 9, L. 247/2012) talché, al termine della frequentazione della S.S.P.L. o prima di essa, non si renda necessario svolgere un ulteriore semestre di pratica.

La risposta è nei seguenti termini:
1) Il titolo conseguito presso le S.S.P.L. è valutato per il periodo di un anno ai fini del compimento del tirocinio per la professione di avvocato, ai sensi dell’art. 41, comma 9 della L. 247/2012, a prescindere dalla preventiva iscrizione nel registro dei praticanti (cfr. da ultimo parere n. 63/16);
2) Il praticante può svolgere la pratica forense presso uno studio legale, o presso l’Avvocatura dello Stato, contestualmente alla frequenza della S.S.P.L.

Consiglio nazionale forense (rel. Salazar), parere del 17 gennaio 2018, n. 1

Il COA può impugnare al CNF l’archiviazione dell’esposto da parte del CDD

Avverso i provvedimenti del Consiglio distrettuale di disciplina e per ogni decisione, ivi compresa l’archiviazione, è ammesso ricorso al Consiglio Nazionale Forense da parte del Consiglio dell’ordine presso cui l’avvocato è iscritto.

Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Picchioni, rel. Salazar), sentenza del 23 dicembre 2017, n. 237

NOTA:
In senso conforme, Corte di Cassazione (pres. Rordorf, rel. Cirillo), SS.UU, sentenza n. 16993 del 10 luglio 2017.

Annullamento dell’archiviazione disciplinare: gli atti tornano al CDD per la prosecuzione del procedimento

Qualora, in sede di impugnazione, il CNF annulli la delibera con cui il CDD abbia disposto l’archiviazione dell’esposto disciplinare, il relativo procedimento regredisce alla fase istruttoria pre–procedimentale, con conseguente rimessione degli atti al Consiglio territoriali per quanto di competenza (Nel caso di specie, il provvedimento di archiviazione è stato ritenuto censurabile sotto il profilo del difetto di motivazione).

Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Picchioni, rel. Salazar), sentenza del 23 dicembre 2017, n. 237

Inammissibile la ricusazione dell’intero Collegio giudicante

E’ inammissibile l’istanza di ricusazione che investa la totalità dei membri del collegio giudicante, perché l’istituto della ricusazione può essere adoperato per contestare l’imparzialità di singoli componenti del collegio stesso, ma non contro il medesimo nella sua globalità, al fine di metterne in discussione l’idoneità a decidere.

Consiglio Nazionale Forense (pres. Mascherin, rel. Salazar), sentenza del 23 dicembre 2017, n. 230

La mancata astensione in difetto di ricusazione

In tema di procedimento disciplinare, in mancanza di una rituale istanza di ricusazione, l’eventuale violazione dell’obbligo di astensione (nella specie, esclusa) da parte di un membro del Collegio va immediatamente e ritualmente eccepito, non potendo essere dedotto quale motivo d’impugnazione avanti al CNF.

Consiglio Nazionale Forense (pres. Mascherin, rel. Salazar), sentenza del 23 dicembre 2017, n. 230

Le sole (e mere) dichiarazioni dell’esponente non bastano a ritenere provato l’addebito

L’attività istruttoria espletata dal consiglio territoriale deve ritenersi correttamente motivata allorquando la valutazione disciplinare sia avvenuta non già solo esclusivamente sulla base delle dichiarazioni dell’esponente o di altro soggetto portatore di un interesse personale nella vicenda, ma altresì dall’analisi delle risultanze documentali acquisite agli atti, che rappresentano certamente il criterio logico-giuridico inequivocabilmente a favore della completezza e definitività della istruttoria (Nel caso di specie, l’esposto -non corroborato da ulteriori prove- proveniva da soggetto affetto da disturbi mentali).

Consiglio Nazionale Forense (pres. Mascherin, rel. Salazar), sentenza del 23 dicembre 2017, n. 230

La (potenziale) rilevanza deontologica della vita privata del professionista

Deve ritenersi disciplinarmente responsabile l’avvocato per le condotte che, pur non riguardando strictu sensu l’esercizio della professione, ledano comunque gli elementari doveri di probità, dignità e decoro (art. 9 ncdf, già art. 5 cod. prev.) e, riflettendosi negativamente sull’attività professionale, compromettono l’immagine dell’avvocatura quale entità astratta con contestuale perdita di credibilità della categoria.

Consiglio Nazionale Forense (pres. Mascherin, rel. Salazar), sentenza del 23 dicembre 2017, n. 230