Il COA di Viterbo chiede di sapere se, in caso di cancellazione e successiva reiscrizione del praticante, ai fini della decorrenza del termine per l’abilitazione al patrocinio sostitutivo possa computarsi anche il primo periodo di iscrizione. (Quesito n. 310, COA di Viterbo)

La risposta è negativa. Il praticante potrà essere ammesso al patrocinio sostitutivo decorsi sei mesi dalla nuova iscrizione nel Registro. Diversamente da quanto espressamente previsto per l’interruzione del tirocinio – che conserva gli effetti già prodotti dall’iscrizione – la cancellazione, peraltro in assenza di effettivo svolgimento del tirocinio (come si desume dal quesito), pone infatti nel nulla gli effetti del primo periodo di iscrizione.

Consiglio nazionale forense (rel. Picchioni), 12 luglio 2017, n. 57

Dall’invio degli atti al CDD, vietato cancellarsi dall’albo o trasferirsi presso altro COA

Il divieto di cancellazione dall’albo del professionista sottoposto a procedimento disciplinare (artt. 57 L. n. 247/2012 e 13 Reg. CNF n. 2/2014) opera anche nell’ipotesi di domanda di mobilità avanzata dall’avvocato nei cui confronti il COA ha inviato gli atti al consiglio di disciplina, atteso che il procedimento di trasferimento si perfeziona necessariamente con apposita deliberazione di cancellazione dall’albo, e cioè con un atto che, nell’ipotesi in esame, la legge vieta di adottare.

Consiglio Nazionale Forense (pres. Mascherin, rel. Picchioni), sentenza del 23 settembre 2017, n. 123

Il divieto di cancellazione dall’albo dal momento dell’invio degli atti al CDD

E’ manifestamente infondata, per asserito contrasto con gli artt. 3, 13, 16 e 35 Cost., la questione di legittimità costituzionale dell’art. 57 L. n. 247/2012 (già art. 37, co. 8, RDL n. 1578/1933) nella parte in cui vieta la cancellazione dall’albo (ed il trasferimento presso altro COA) del professionista sottoposto a procedimento disciplinare, stante la ragionevolezza delle esigenze sottese alla norma stessa, la quale infatti, oltre a non comportare alcuna limitazione all’esercizio dell’attività professionale in Italia e all’estero, ha da un lato la finalità di vietare che il COA possa fare ricorso alla cancellazione come misura di autotutela nei confronti degli iscritti e, dall’altro lato, di tutelare la credibilità dell’ordine professionale e di non sottrarre l’iscritto al controllo del COA che ha in custodia l’albo.

Consiglio Nazionale Forense (pres. Mascherin, rel. Picchioni), sentenza del 23 settembre 2017, n. 123

Impugnazione dei provvedimenti in materia di albi, elenchi e registri: la giurisdizione spetta al CNF

Secondo un’interpretazione estensiva, necessaria a dare coerenza al sistema ordinamentale forense, spetta al CNF la “cognizione generalizzata” in relazione a tutti i reclami avverso i provvedimenti che concernono l’iscrizione e la cancellazione da albi, elenchi e registri, tra i quali rientra il rilascio del nulla osta al trasferimento presso altro ordine (Nel caso di specie, in applicazione del principio di cui in massima, il CNF ha motivatamente dissentito dalla precedente contraria giurisprudenza, anche di Legittimità, che aveva declinato la giurisdizione del C.N.F. a favore di quella del Giudice Amministrativo territorialmente competente).

Consiglio Nazionale Forense (pres. Mascherin, rel. Picchioni), sentenza del 23 settembre 2017, n. 123

Il COA di Trento chiede di sapere se sia applicabile anche ai procedimenti disciplinari in corso la previsione di cui all’art. 62, comma 4 della legge n. 247/12, e quali siano i destinatari delle comunicazioni obbligatorie previste dalla medesima disposizione. (Quesito n. 251, COA di Trento)

La Commissione osserva quanto segue.
La disposizione richiamata è applicabile anche ai procedimenti disciplinari in corso.
La comunicazione della sospensione disciplinare deve essere inviata sia ai soggetti indicati dall’art. 62, comma 4, della legge n. 247/12, sia a quelli indicati dall’art. 35, comma 4, del Regolamento n. 2/14, posto che – come già osservato da questa Commissione con il proprio parere n. 14/2016 – la previsione regolamentare ha ampliato l’ambito di doverosa conoscibilità dei provvedimenti ablativi a livello nazionale.

Consiglio nazionale forense (rel. Picchioni), 12 luglio 2017, n. 54

Il COA di Firenze formula quesito in merito alla possibilità di pubblicare sul proprio sito l’elenco completo degli avvocati sospesi e radiati e se, comunque, se possa essere pubblicata sulla scheda del singolo iscritto consultabile su Internet, la notizia della sospensione, unitamente alla sua causa. Inoltre, il COA chiede di sapere se la pubblicazione telematica possa sostituire l’affissione di cui all’art. 62, comma 6 della legge n. 247/12 e possa valere altresì quale comunicazione agli iscritti, ai sensi del comma 5 del medesimo articolo. (Quesito n. 283, COA di Firenze)

La risposta è resa nei termini seguenti.
Al primo quesito deve darsi risposta affermativa essendo consentita pubblicità sul sito del C.O.A., secondo quanto già espressamente previsto dall’art. 15 c. 3 L. n. 247/2012. Si ritiene altresì che, al fine della miglior tutela dell’interesse pubblico al corretto esercizio della professione, e per garantire la posizione del singolo professionista interessato dalla sospensione, l’indicazione della natura della sospensione (cautelare, amministrativa, volontaria o disciplinare) sia ammessa, come già risulta dalla prassi di numerosi COA.
Con riferimento al secondo quesito, si osserva che la funzione di pubblicità notizia dell’inserimento sul sito del C.O.A., che è rivolto ad una generalità di potenziali interessati, non può essere equiparata a quella derivante dall’inserimento nello specifico elenco che contiene, per ogni singolo iscritto, tutte le notizie relative all’attività professionale e, segnatamente, ogni fatto che influisca sullo jus postulandi. Tale prospettazione è avvalorata dal fatto che l’art. 62 L. n. 247/2012 prevede ai c. 5 e 6 particolari e specifiche forme di comunicazione e di pubblicità che non ammettono equipollenti essendo espressamente rivolte agli enti istituzionali dell’avvocatura ed agli iscritti che costituiscono la categoria.
Né sono ammissibili forme alternative di comunicazione alla luce dell’inequivoca previsione di cui all’art. 15 lett. e ed f della L. n. 247/2012 che istituiscono albi, registri ed elenchi speciali distinti in relazione a specifici oggetti, attività svolte ed abilitazioni possedute dagli avvocati.

Consiglio nazionale forense (rel. Picchioni), 21 giugno 2017, n. 43

Il COA di Roma formula quesito in merito alla possibilità di iscrivere nell’elenco speciale, Avvocati degli Enti pubblici dipendenti di ruolo di un dipartimento dell’Amministrazione dello Stato, nel caso di specie un Ministero, per lo svolgimento di affari propri dell’ente. (Quesito n. 299)

La risposta è resa nei termini seguenti.
Ai sensi dell’art. 23 L. n. 247/2012 possono essere iscritti nell’elenco speciale annesso all’Albo gli avvocati di Uffici Legali specificatamente istituiti presso enti pubblici a condizione che risulti assicurata la piena autonomia ed indipendenza.
In presenza delle condizioni di cui al successivo comma 2 del medesimo articolo (cioè specifica attribuzione agli affari legali dell’ente ed esclusività delle funzioni esercitate, stabile costituzione dell’ufficio e responsabilità dello stesso in capo ad un iscritto nell’elenco speciale) l’avvocato potrà essere iscritto nell’elenco speciale del particolare ente pubblico.
Deve tuttavia osservarsi che la fattispecie sottoposta all’attenzione di questa Commissione da parte del COA richiedente non può essere utilmente sussunta nel campo di applicazione della disposizione in esame. Le Amministrazioni dello Stato, ed in particolare i Ministeri, non rientrano tra gli enti pubblici di cui all’art. 23, in quanto articolazioni organiche dell’ente statale: presso le stesse, inoltre, non possono essere istituiti uffici legali dedicati alla trattazione del contenzioso in quanto, come noto, esse sono patrocinate ex lege dall’Avvocatura dello Stato.
Ne consegue che al quesito proposto deve essere data risposta negativa.

Consiglio nazionale forense (rel. Picchioni), 21 giugno 2017, n. 42

La sospensione cautelare non richiede una condanna penale passata in giudicato

Per l’ammissibilità della nuova sospensione cautelare non è necessario che le condanne penali di cui agli artt. 60 L. n. 247/2012 e 32 Reg. CNF n. 2/2014 siano altresì definitive, in quanto ciò contrasterebbe con la ratio della misura cautelare stessa, la quale è estranea al giudizio prognostico sulle responsabilità dell’incolpato (Nel caso di specie, il professionista aveva richiesto la revoca della sospensione cautelare adducendo giudizi prognostici sugli sviluppi favorevoli dell’appello proposto in sede penale. In applicazione del principio di cui in massima, il CNF ha rigettato la domanda in parte qua).

Consiglio Nazionale Forense (pres. Mascherin, rel. Picchioni), sentenza del 25 marzo 2017, n. 23

NOTA:
A quanto consta, non vi sono precedenti editi in termini.

La sospensione cautelare non ha natura di sanzione disciplinare

Anche a seguito della riforma professionale, la sospensione cautelare non ha la natura di sanzione disciplinare, ma è un provvedimento amministrativo precauzionale, col quale si intende tutelare il decoro e la dignità della classe forense (Nel caso di specie, il professionista era stato condannato in primo grado alla pena della reclusione per anni tre e mesi tre quale assessore provinciale ai lavori pubblici).

Consiglio Nazionale Forense (pres. Mascherin, rel. Picchioni), sentenza del 25 marzo 2017, n. 23

NOTA:
In senso conforme, tra le altre, Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Perfetti, rel. Picchioni), sentenza del 10 novembre 2014, n. 147.

I presupposti della “nuova” sospensione cautelare

A differenza della previgente disciplina, la nuova sospensione cautelare può essere deliberata dal C.D.D. competente esclusivamente nei casi previsti dagli artt. 60 Legge Professionale e 32 Reg. CNF n. 2/2014(*), per la durata massima di un anno e a pena di inefficacia ove nel termine di sei mesi dalla sua irrogazione non venga adottato il provvedimento sanzionatorio.

Consiglio Nazionale Forense (pres. Mascherin, rel. Picchioni), sentenza del 25 marzo 2017, n. 23

(*)NOTA:
a) una misura cautelare detentiva o interdittiva irrogata in sede penale e non impugnata o confermata in sede di riesame o di appello;
b) la pena accessoria della sospensione dall’esercizio di una professione o di un’arte ai sensi dell’art. 35 del codice penale anche se con la sentenza penale di primo grado sia stata disposta la sospensione condizionale della pena;
c) una misura di sicurezza detentiva;
d) la condanna in primo grado per i reati previsti dagli articoli 372, 374, 377, 378, 381, 640 e 646 del codice penale, se commessi nell’ambito dell’esercizio della professione o del tirocinio, ovvero dagli articoli 244, 648-bis e 648-ter del medesimo codice;
e) la condanna a pena detentiva non inferiore a tre anni.