La mancanza della data nella decisione del Consiglio territoriale

La mancanza della data di emissione di una decisione non comporta ipso iure la nullità del provvedimento stesso purché essa possa essere comunque desumibile aliunde (Nel caso di specie, in applicazione del principio di cui in massima, il CNF ha annullato la decisione impugnata).

Consiglio Nazionale Forense (pres. Mascherin, rel. Orlando), sentenza del 25 maggio 2018, n. 55

Le sole (e mere) dichiarazioni dell’esponente non bastano a ritenere provato l’addebito

L’attività istruttoria espletata dal consiglio territoriale deve ritenersi correttamente motivata allorquando la valutazione disciplinare sia avvenuta non già solo esclusivamente sulla base delle dichiarazioni dell’esponente o di altro soggetto portatore di un interesse personale nella vicenda, ma altresì dall’analisi delle risultanze documentali acquisite agli atti, che rappresentano certamente il criterio logico-giuridico inequivocabilmente a favore della completezza e definitività della istruttoria.

Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Salazar, rel. Orlando), sentenza del 12 aprile 2018, n. 23

La discrezionalità del Giudice disciplinare nel valutare la rilevanza delle prove

Il principio del libero convincimento opera anche in sede disciplinare, sicché il Giudice della deontologia ha ampio potere discrezionale nel valutare ammissibilità, rilevanza e conferenza delle prove dedotte. Non è pertanto censurabile, né può determinare la nullità della decisione, la mancata audizione dei testi indicati ovvero la mancata acquisizione di documenti, quando risulti che il Consiglio stesso abbia ritenuto le testimonianze e/o i contenuti del documento del tutto inutili o irrilevanti ai fini del giudizio, per essere il Collegio già in possesso degli elementi sufficienti a determinare l’accertamento completo dei fatti da giudicare attraverso la valutazione delle risultanze acquisite.

Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Salazar, rel. Orlando), sentenza del 12 aprile 2018, n. 23

Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Salazar, rel. Masi), sentenza del 12 aprile 2018, n. 26

Compenso professionale: la richiesta di pagamento della parcella sotto minaccia di istanza di fallimento

Vìola i doveri di dignità e decoro il professionista che, con richieste contenenti elementi di pressione psicologica e/o di minaccia, richieda all’ex cliente di provvedere al pagamento della parcella a pena di conseguenze nefaste sproporzionate, tanto più se giuridicamente infondate o improbabili (Nel caso di specie, l’avvocato aveva richiesto il pagamento di euro 6mila circa a pena di istanza di fallimento, peraltro in assenza di titolo. In applicazione del principio di cui in massima, il CNF ha ritenuto congrua la sanzione disciplinare della sospensione dall’esercizio della professione forense per mesi due).

Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Salazar, rel. Orlando), sentenza del 12 aprile 2018, n. 23

Come stabilire se il compenso è sproporzionato ed eccessivo

Il compenso per l’attività posta in essere deve essere computato alla stregua della tariffa professionale ratione temporis vigente, e, al tempo stesso, deve essere pur sempre proporzionato alla reale consistenza ed all’effettiva valenza professionale espletata. In particolare, il compenso può ritenersi sproporzionato od eccessivo ex art. 43 C.D. (ora art. 29 nuovo CDF) solo al termine di un giudizio di relazione condotto con riferimento a due termini di comparazione, ossia l’attività espletata e la misura della sua remunerazione da ritenersi equa; solo una volta che sia stato quantificato l’importo ritenuto proporzionato, può essere formulato il successivo giudizio di sproporzione o di eccessività, che presuppone che la somma richiesta superi notevolmente l’ammontare di quella ritenuta equa.

Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Salazar, rel. Orlando), sentenza del 12 aprile 2018, n. 23

Illecito richiedere un compenso sproporzionato e comunque eccessivo rispetto all’attività professionale svolta

L’avvocato che richieda un compenso manifestamente sproporzionato e comunque eccessivo rispetto all’attività professionale svolta, pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante perché lesivo del dovere di correttezza e probità.

Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Salazar, rel. Orlando), sentenza del 12 aprile 2018, n. 23

La delibera del CDD che dispone la citazione a giudizio, ovvero l’apertura o la prosecuzione del procedimento disciplinare, non è impugnabile al CNF (né al TAR)

La deliberazione dei Consigli territoriali che dispone la citazione a giudizio, l’apertura o la prosecuzione del procedimento disciplinare ha natura di atto amministrativo endoprocedimentale, come tale privo di rilevanza esterna, sicché non è immediatamente impugnabile innanzi al Consiglio Nazionale Forense (né al TAR, cui non deve pertanto disporsi rinvio ai sensi dell’art. 59, L. n. 69/2009) (Nel caso di specie, in applicazione del principio di cui in massima, il CNF ha dichiarato inammissibile il ricorso).

Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Logrieco, rel. Orlando), sentenza del 20 marzo 2018, n. 15

Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Sulmona ha formulato la seguente richiesta di parere: “se è possibile la costituzione e la iscrizione nella sezione speciale di un’associazione professionale tra un Avvocato iscritto all’Albo ordinario e un Abogado iscritto all’Albo Avvocati Stabiliti che agisce d’intesa con il medesimo avvocato” (Quesito n. 241, Ordine degli Avvocati di Sulmona).

La risposta è data nei seguenti termini.
L’art. 4 della legge n. 241/2012 disciplina specificatamente le “associazioni tra avvocati e multidisciplinari” stabilendo che la professione forense può essere esercitata, oltre che singolarmente, anche in forma associata con altri avvocati ovvero con altri liberi professionisti appartenenti alle categorie specificatamente individuate dall’art. 2 D.M. 4 febbraio 2016 n. 23 relativo al Regolamento recante norme di attuazione dell’art. 4, comma 2, della legge 31 dicembre 2012 n. 247.
La norma in parola, nell’individuare le categorie di professionisti che possono costituire un’associazione, per quel che concerne le associazioni tra avvocati, fa riferimento, in modo generico, agli “iscritti all’albo forense”.
Come è noto, l’Abogado è iscritto in apposita sezione speciale dell’Albo, e ciò in virtù della forma peculiare e limitata di esercizio della sua professione forense, caratterizzata dalla spendita del solo titolo straniero e dalla necessità di un’intesa con un avvocato iscritto nell’Albo ordinario.
Entrambe le iscrizioni, quindi, pur presupponendo due titoli diversi (il titolo straniero per lo stabilito ed il titolo di Avvocato per l’iscritto nell’albo ordinario) e pur corrispondendo a due diverse forme di esercizio della professione, rientrano nell’ampia categoria di albo forense.
Non vi è motivo, pertanto, di escludere la possibilità di costituzione di un’Associazione professionale, e la successiva iscrizione della medesima nell’apposito elenco previsto dall’art. 4, comma 3, tra un Avvocato ed un Abogado iscritto nella sezione speciale dell’albo, riservata agli Avvocati stabiliti.

Consiglio nazionale forense (rel. Orlando), 24 maggio 2017, n. 32

Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Messina ha formulato il seguente quesito: “se il principio applicato alle società commerciali esercenti attività economica – di esclusione dal patrocinio a spese dello Stato – debba applicarsi anche alle ditte individuali, quali soggetti esercenti l’attività economica e imprenditoriale, e ciò a prescindere dal limite reddituale disposto dal testo unico” (Quesito n. 165, Ordine degli Avvocati di Messina)

La risposta è data nei seguenti termini.
La ditta (recte: impresa) individuale è impresa che fa capo ad un’unica persona che svolge direttamente l’attività che costituisce lo scopo dell’impresa e risponde anche con il suo patrimonio personale in caso di debiti, oltre che assumersi la piena responsabilità riguardo all’attività svolta.
In questi casi, pertanto, l’impresa è identificata dalla persona del suo titolare che è evidentemente un soggetto fisico, e ciò indipendentemente dal fatto che, al momento della sua costituzione, venga ad essa attribuita una certa denominazione (che deve comunque essere riconducibile alla persona fisica del titolare) ed un numero di partita IVA.
Orbene, ai sensi dell’art. 76 del D.P.R. n. 115/02, “può essere ammesso al patrocinio chi è titolare di un reddito imponibile ai fini dell’imposta personale sul reddito, risultante dall’ultima dichiarazione, non superiore a euro 11.528,41”. Inoltre, ai sensi del successivo art. 119, le disposizioni in tema di patrocinio a spese dello Stato sono applicabili anche ad enti ed associazioni, che però non perseguano scopi di lucro e non esercitano attività economica.
Come accennato, si dà – nel caso dell’impresa individuale – una stretta connessione sul piano soggettivo tra l’impresa stessa e il suo titolare, anche sul piano patrimoniale, sicché dovrebbe ritenersi, almeno astrattamente, possibile un’interpretazione estensiva del dettato di cui all’art. 76 D.P.R. n. 115 del 30.05.2002. Allo stesso modo, tuttavia, potrebbe rilevare ostativamente il dato dell’attività economica esercitata dall’impresa, ai sensi e per gli effetti dell’art. 119.
Ciononostante, anche alla luce dell’assenza di giurisprudenza sul punto, si ritiene tuttavia, in considerazione del profilo soggettivo e dell’attinenza della materia a diritti fondamentali, che nulla osti all’accesso al patrocinio a spese dello Stato delle persone fisiche titolari di imprese individuali munite di partita IVA, purché in possesso delle condizioni richieste dalla normativa vigente.

Consiglio nazionale forense (rel. Orlando), 24 maggio 2017, n. 31

Procura alle liti: la facoltà di riscuotere somme non legittima la compensazione (né tantomeno esonera dall’obbligo di rendiconto)

L’avvocato è tenuto a mettere immediatamente a disposizione della parte assistita le somme riscosse per conto di questa: fermo, in ogni caso, l’obbligo di rendiconto, costituisce ipotesi di lecita compensazione soltanto la prova del valido (rectius, specifico e dettagliato) consenso prestato dal cliente, che tuttavia non può ritenersi di per sè integrato dalla generica “facoltà di sottoscrivere quietanze e di riscuotere somme” eventualmente contenuta nella procura alle liti.

Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Picchioni, rel. Orlando), sentenza del 3 luglio 2017, n. 81